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    Scritto da Paolo Aragona   
    Venerdì 01 Luglio 2005 00:00

                                                  Stefania Prestigiacomo

    Pregare per per l'onorevole Prestigiacomo è per noi uno stimolo prezioso per ricordare ad ogni donna la sua dignità e la cultura della vita che viene dal Vangelo e dagli uomini di buona volontà.

    L'invito che noi facciamo è quello di meditare approfonditamente sulla figura di Maria Madre di Gesù, in modo particolare rifacendosi al Vangelo di Luca.

     

    Come dice San Paolo "nato da donna" (Gal. 4, 4).

    Questa semplice ma densa affermazione esalta non solo Maria ma ogni donna che con coscienza civile e politica lotta per la vita e per il rispetto totale del concepito che porta in seno.

    Si può abortire fisicamente una vita ma la si può abortire ancora prima con una mentalità utilitaristica e selettiva che non solo non rispetta il concepito ma anche la madre nella sua intima connessione alla gratuità.

    Dedichiamo questo mese dunque ad ogni donna, a tutti i suoi drammi e le sue difficoltà e a tutte le sue gioie.

     

     

                    Nato da Donna

    Per il ruolo che ricopre in quanto Ministro per le pari opportunità e per la sua presa di posizione in merito al Referendum sulla procreazione assistita, Stefania Prestigiacomo è ormai da diverso tempo al centro di un interesse da parte dei media e di chi ne apprezza o meno qualità politiche e umane.

    Anche noi vogliamo, in questo spazio dedicato alla preghiera per i nostri politici, dedicarle alcune riflessioni.

    A partire dal  ruolo istituzionale che il Ministro ricopre non possiamo che sottolineare come parlare di ‘pari opportunità' fra i due sessi non significa in alcun modo omologarne caratteristiche e finalità.

    Riteniamo che garantire pari opportunità significhi poter portare a compimento il progetto che si addice a ciascuno di noi,in quanto uomini o in quanto donne. Nel caso della donna, a ragione, si sottolinea ormai da anni che la tutela della maternità rappresenti una di queste opportunità: la maternità ha un ruolo umano e sociale determinante e non può che essere considerata un valore aggiunto che, piuttosto che causare discriminazione, deve offrire la riflessione a un mondo troppo spesso interpretato al maschile per il quale la donna, in quanto esperta di “maternità”, deve contribuire a livello sociale ed esistenziale, nel mondo del lavoro come in quello della gestione della cosa pubblica, a riequilibrare una società carente di autentica “femminilità” (intendendo con questo termine qualcosa di molto più profondo rispetto all’idea che essa sia esclusivamente il fascino che emana da un ancheggiare aggraziato o da un proferire moine).

    Quello che troviamo invece contraddittorio è l’idea che la maternità sia qualcosa che sta “a parte”.

    Che viene dopo.

    Che ha una funzione individuale e che appartiene solo alla sfera personale della donna.

    Sempre più frequentemente,  e il dibattito referendario ce lo conferma, assistiamo alla pretesa da parte di molte donne di diventare madri a un certo punto della loro vita, quando hanno avviato la propria carriera e sentono che manchi qualcosa alla loro esistenza di donne, una sorta di ciliegina sulla torta. Questo “qualcosa” si chiama figlio, letto e vissuto come fosse un’appendice alla propria vita professionale che deve appagare quel senso di maternità sempre più interpretata come appropriazione dell’altro da sé: mentre da adolescenti ci si preoccupava di rivendicare un’autonomia che ci staccasse dall’idea che noi siamo proprietà dei genitori, all’età prossima alla menopausa si cambia registro e ci si immerge nel ruolo di madre – padrona. E’ una contraddizione che affonda le sue radici nell’idea, ormai sbandierata in ogni dibattito, del diritto alla maternità.

    In questo spazio vogliamo ribadire che la maternità e la paternità non sono un diritto, ma un dovere, un ruolo che nasce dal dato di fatto che la vita è affidata, attraverso la procreazione, alla donna e all’uomo, e che la donna ha il compito di alimentarla, di custodirla e di educarla, insieme all’uomo, fino a renderla autonoma. I figli non appartengono a noi, noi ne siamo solo i custodi.

     

    Scrive Kahalil Gibran ne Il Profeta:

    “E una donna che reggeva un bambino al seno disse:

    Parlaci dei Figli.

    E lui disse:

    I vostri figli non sono figli vostri.

    Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.

    Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,

    E benché vivano con voi non vi appartengono.

    Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:

    Essi hanno i loro pensieri.

    Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:

    Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.

    Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:

    La vita procede e non s'attarda sul passato.

    Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.

    L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

    Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;

    Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.”

     

    Con la nostra preghiera vorremmo che fosse proprio sradicata dalla nostra società l’idea ambigua e deleteria che i figli siano qualcosa da produrre, a tutti i costi in buona salute, e da “consumare”,  a nostro esclusivo beneficio, con la conseguenza che se dovessero venire male possano essere buttati e riprodotti in un successivo tentativo.

    Vogliamo per questo prendere ad esempio Maria, con il suo “Eccomi, sono la serva del Signore”, e riproporlo a tutte le donne, soprattutto quelle che si professano cristiane, per le quali la vita come dono è un concetto imprescindibile dal loro essere donne e madri. 

    Paolo Aragona www.paoloaragona.com