|

Enrico Boselli
L'onorevole Boselli si pone, talvolta, come il portabandiera dei diritti civili, per la formazione la "rosa nel pugno".
Proprio per questo siamo stupiti che usi linguaggio e metodologia monocorde di stampo radicale con i soliti slogan anticlericali.
Siamo stupiti che si affianchi alle politiche eugenetiche di Pannella e compagni.
Può la sete di visibilità arrivare a tanto?
Lo attendiamo sulla via di Damasco.
Proponiamo per la meditazione di Luca 5,17-26.

Ingrossare i dizionari per pacificare la coscienza
Il Corriere della Sera dello scorso 27 febbraio titola così:
“Disabili, terza nazione al mondo”:
Nell’articolo si specifica che nel mondo i “diversamente abili” sono circa 600 milioni e alle Nazioni Unite si è appena conclusa una conferenza mondiale che, nel disinteresse generale, mette in evidenza come ancora oggi, nella maggior parte del mondo, essere diversamente abili procura a chi lo è e a chi ha li ha in carico una serie infinita di discriminazioni che rendono la loro vita un inferno. L’articolista, nell’occhiello, sottolinea come grande sia il disinteresse dell’opinione pubblica per un tema di tale portata quando ancora un abitante della terra su dieci ha serissimi problemi di inserimento sociale a causa delle sue “diverse abilità”.
Giorni fa, quasi in concomitanza con l’uscita dell’articolo, mi è arrivata per vie traverse l’email della mamma di un disabile che, in un passaggio, così scrive: “Quando nacque, mio figlio, in tutti gli adempimenti burocratici era definito "handicappato", molto meglio, si dirà, di quando si usava "menomato". Dopo un po’ si decise di cambiare e si passò a "portatatore di handicap". Il termine, però, non era ancora abbastanza politicamente corretto e si pensò di utilizzare "disabile". La fantasia degli uomini è cosa meravigliosa e, in occasione delle celebrazioni del 2003, anno europeo del disabile, cominciò a girare una nuova versione: DIVERSAMENTE ABILE. Parole sempre più edulcorate, consolatorie e rassicuranti per chi le usa, inutile e a volte comico esercizio linguistico per le persone a cui si riferiscono. Augurandoci una lunga vita, siamo molto curiosi di cosa ci si potrà inventare ancora, ma sarebbe più opportuno che il legislatore si occupasse di applicare, migliorare e finanziare le leggi vigenti piuttosto di preoccuparsi di ingrossare i dizionari”.
Mi capita spesso, a scuola, durante le mie lezioni di religione, di dibattere questo delicato tema delle “diverse abilità” e mi capita di farlo quando, affrontando la tematica dell’aborto o della diagnosi pre-impianto, nei casi di fecondazione artificiale, gli studenti mi pongono il tremendo quesito sul cosa fare in presenza di un embrione certamente malato che darà luogo a un bambino disabile. La domanda, cruda e drammatica è la seguente: “E’ lecito far nascere un feto quando questi sarà destinato, in caso di venuta alla luce, a vivere una vita di serie B?”
Non voglio qui dare una risposta, voglio solo mettere in evidenza quanto sia gravemente ipocrita e decisamente contraddittorio l’atteggiamento di chi decide di cambiare termini e definizioni per assicurare una parvenza di dignità al “diversamente abile” già nato mentre, in cuor suo, si augura che i “diversamente abili” non vengano fatti nascere. E’ fin troppo evidente, infatti, che nel caso della nostra legislazione sull’aborto, venga fatta una discriminazione tra il feto “abile” e quello “diversamente abile” (per usare termini ritenuti oggi adeguati) in quanto nel secondo caso i tempi per l’accesso all’aborto vengono decisamente dilatati.
Personalmente trovo molto significativa l’espressione “diversamente abile”, perché nell’idea che io ho di persona ,“abilità” non equivale ad efficienza fisica o a sufficiente livello di “quoziente intellettivo”. L’abilità è, secondo un’antropologia che vede nel fondo dell’umanità, la capacità dell’ essere “in sé”. Secondo questo concetto ogni uomo, indipendentemente dal suo modo di collaborare alla crescita della nostra società, ha uguale dignità e medesimi diritti. Perché allora, mi chiedo, i legislatori che pure, come dice la mamma di cui sopra, si esercitano così bene linguisticamente nell’immaginare definizioni non discriminatorie, hanno poi un’incredibile difficoltà a tradurre in atto i termini che invece elaborano con tanta brillantezza?
Io credo che al fondo ci sia l’idea che i “diversamente abili” altro non siano che un vero e proprio ostacolo per l’efficienza della nostra società dei consumi. Un handicappato, tanto per parlar chiaro, costa e non produce. Costa in termini di servizi, di assistenza e di immagine. Sì, dell’immagine di un uomo “transumano” che tende all’eternità e che vede nel salutismo e nella perfezione fisica l’unico senso dell’esistenza. Dunque, al di là delle chiacchiere, per questi abili venditori di fumo, i “diversamente abili” sarebbe meglio che non nascessero. Ecco perché tanto disinteresse nella gente comune, ingannata com’è da chi sventola le bandiere dei diritti civili quando nel cuore e nella mente cova solo l’eliminazione di chi non risponde ai parametri di quella che viene considerata una vita “normale” e quindi degna di essere vissuta. La ricerca, nella mente di questa gente, servirà solo ad eliminarli, a fare in modo che non nascano più, non nel senso di trovare delle cure, ma nel senso di prevenirne la nascita attraverso una selezione eugenetica che renda il mondo tutto “ugualmente abile”.
L’invito che faccio, in questo ambito così importante, all’onorevole Enrico Boselli, che spesso propone se stesso e la sua nuova formazione politica della “Rosa nel pugno” come il portabandiera dei diritti civili, è quello di riconsiderare, invece di combatterla, l’antropologia cristiana che, unica, ritiene tutti gli esseri umani di pari dignità e con pari diritti, dal concepimento alla morte naturale. Cercasse di penetrare il cuore delle parole del Papa invece di attaccarsi a pregiudizi laicisti e anticlericali evocando improbabili scenari di crociate e di lotte di potere.
Sarebbe un bene per tutti e forse anche i “diversamente abili”, quelli già nati, cesserebbero di sentire il peso di un’ipocrita senso di sopportazione da parte di chi dice di amarli ma avrebbe preferito che non fossero mai nati.
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com
Memento:
- Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É Lui la misura del vero umanesimo. "Adulta" non é una fede che segue le onde della moda e l'ultima novità; adulta e matura é una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo -
(Joseph Ratzinger, Omelia alla messa
"Pro eligendo Romano Pontifice", Roma, 18 aprile 2005)
|